Non categorie,
ma prospettive.
La novità sta in un cambio di sguardo. Nelle nostre ontologie un concetto non è una categoria in cui rinchiudere le cose, ma una prospettiva da cui guardarle: la stessa entità può essere vista in più modi, ciascuno con le proprie regole di ragionamento, e il contesto sceglie quello pertinente. Così il modello accoglie la polisemia del linguaggio invece di combatterla. Quattro esempi, tratti direttamente dai modelli.
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Ciò che dura e ciò che accade
Continuante (ciò che persiste mantenendo la propria identità) e occorrente (ciò che accade e si dispiega nel tempo) non sono dichiarati disgiunti. Una mostra si può descrivere come qualcosa che occupa tre sale e come qualcosa che si svolge da marzo a giugno, senza sdoppiarla in due entità diverse.
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Un atto linguistico è un evento e un'informazione
Quando qualcuno dice «domani apriamo alle nove», accade qualcosa (un evento, con chi parla e chi ascolta) e passa un contenuto (un'informazione, che riguarda qualcosa). Nell'ontologia degli agenti l'atto linguistico è entrambe le cose nella stessa entità, e rispetta le regole di ciascuna.
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Vendere e comprare: stesso evento, parole diverse
Nell'ontologia dei frame la prospettiva è un fatto lessicale, non ontologico. Una compravendita ha tutti i suoi partecipanti; «vendere» e «comprare» sono parole che ne mettono in primo piano ruoli diversi. Il modello resta univoco, il punto di vista vive nella scelta delle parole.
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Sapere di non sapere
Le ontologie adottano l'ipotesi di mondo aperto: se manca la data di inizio di un evento, non vuol dire che l'evento non abbia avuto inizio, ma che non la conosciamo. È ciò che permette a un sistema di distinguere ciò che sa da ciò che ignora, e di dirlo.
La classificazione multipla non è un compromesso: ogni prospettiva conserva i propri assiomi, e il ragionamento li applica tutti.